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La rosa incantata che vive per sempre. Un romantico regalo.

La rosa de “La Bella e la Bestia” che vive per sempre.

Le rose sono uno dei fiori preferiti al mondo. Rappresentano il romanticismo più puro e simboleggiano l’amore e la passione. Chi non ha mai regalato o ricevuto una magnifico mazzo di rose? Rosse per indicare la passione, bianche per il candore e l’amicizia, gialle per la gelosia e così via. Le rose sono le protagoniste indiscusse di cerimonie e feste. Non ci si sbaglia mai. Se si vuole conquistare una donna o semplicemente farle capire che si sta pensando a lei, basta presentare questo magico fiore. Il lato negativo della medaglia, è che la rosa per quanto splendida e profumata, non duri per sempre. Sì, perché, come tutte i prodotti di Madre natura, è destinata a sfiorire e morire. Se vi dicessi che esiste la rosa incantata che vive per sempre, ci credereste?

Se avete risposto di no, continuate a leggere! Ebbene una compagnia londinese ha sviluppato una particolare tipologia di rosa che vive per bene tre anni. Se invece tenuta sotto la sua teca di cristallo sopravvive per sempre. Portando nelle case in cui si regala la magia e un pizzico de “la Bella e la Bestia”. (Ricordate la rosa che il principe ha ricevuto dalla fata cui non aveva dato ospitalità?).

La Forever Roses (il cui nome è tutto un programma) ha realizzato la rosa incantata che vive per sempre, sostituendo l’acqua contenuta nel fiore con la glicerina.

Attualmente è possibile acquistare ben 18 colori diversi di rose, dal classico rosso al blu, e al nero. Inoltre sono disponibili bouquet e composizioni.  Bene direte dov’è la fregatura? La nota dolente è nel prezzo. Il costo si aggira dai 500 euro per un singolo fiore a 3.000 per una composizione.

Il regalo però lascerà tutti a bocca aperta.

Fonte (www.mondofox.it)

Mokase: la cover, made in Naples, che fa il caffè.

Mokase: la cover, made in Naples, che fa il caffè.

Mokase è la prima cover al mondo, nata dalla genialità tutta italiana. Progettata per portare la bevanda nazionale preferita sempre con noi. Ebbene sì avete letto bene. Una cover con una specifica precisa e particolare: fare il caffè.

Ideata da due giovani imprenditori campani Luigi Carfora e Clemente Biondo sarà presto messa sul mercato.  Mokase consente al suo possessore di proteggere il proprio dispositivo mobile e di bere un caffè in piena mobilità.

Azionando l’app ad esso collegata la vostra cover in 5/8 secondi scalderà il caffè. Dandovi la possibilità grazie al bicchierino collegato di bere, un mini caffè da 25 ml. Il suo design è estremamente elegante e raffinato. Non viene però trascurata, la sicurezza del tuo smartphone, infatti è stato studiato un perfetto sistema di isolamento tra il telefono e la parte destinata alla funzione di erogazione della bevanda. I vostri amici e parenti non crederanno ai loro occhi.
Mokase nasce da una società completamente made in Naples che produce gadget innovativi e creativi per strumenti informatici e device mobili.

Il caffè per la cover Mokase è contenuto all’interno di una cialda usa e getta, si chiama Mokaromi. Ideata con materiali che possono conservare la bevanda per tre mesi. Con un apposito sistema di rottura a membrana, si incastra perfettamente al tubicino di fuoriuscita del liquido.
Da azienda napoletana non poteva mancare l’attenzione alla miscela di caffè utilizzata.
 Per il lancio sul mercato  sono stati scelti tre tipi di aroma che risultano i più apprezzati dai palati dei consumatori. Inoltre ci sarà la possibilità di scegliere caffè con o senza zucchero.  Sono in previsione nuovi gusti e disponibilità. Mokase sarà accessibile da settembre ma sul sito potrete già prenotare la vostra cover versando un anticipo del 50%. Si potrà acquistarla al prezzo di 49,90€.

Fonte (www.mokase.it)

 

 

Il tessuto che si auto-rigenera come la coda delle lucertole

Il tessuto che si auto-rigenera come la coda delle lucertole.

Inventato un tessuto che si auto-rigenera come la pelle di serpente o la coda delle lucertole.  Un’invenzione che va di sicuro contro le regole della moda, dei nostri giorni.  Basta guardarsi intorno, per scoprire intere fasce di ragazzi, (giovani e meno giovani), alla presa con capi strappati. Graffi, tagli,vere e proprie asportazioni di tessuto…  tutto, pur di stare al passo coi tempi. Per essere fashion e alla moda. Ed ora, ecco che potrebbe giungere un tessuto del futuro. Un tessuto molto particolare che potrebbe farci dire addio ad ago e filo: il tessuto che si auto-rigenera.

Questa la proposta, di alcuni ricercatori dell’Università di Friburgo, che hanno progettato un nuovo materiale idrorepellente che se graffiato o danneggiato è in grado di auto-ripararsi. Per questa innovazione, il team di ricercatori, guidati dal professor Jürgen Rühe, si è concentrato sulla pelle di serpente e di lucertola, rettili che mutano la propria pelle, rigenerandola autonomamente.

Scrive il Daily Mail:”i ricercatori hanno realizzato tre strati di tessuto servendosi di una pellicola che resiste ai liquidi, un polimero solubile nell’acqua e uno strato sottile di silicone idrorepellente. Per dimostrare l’invenzione, i ricercatori hanno graffiato il rivestimento e l’hanno immerso in acqua. Lo strato superiore si è sbucciato come fosse pelle morta ed è scivolato via, mostrando una superficie liscia.”

Se la ricerca dovrebbe proseguire e dare frutti, si potrebbe pensare di rigenerare i capi d’abbigliamento con un semplice lavaggio: una vera rivoluzione…non trovate? Un sistema davvero ingegnoso. Un nuovo modo di porsi in simbiosi con la natura. Con un’attenzione particolare all’ ecologia  e  all’economia.

Che cosa ne pensate? Non sarebbe affatto male, niente più calze sfibrate, capi sbucciati e intimo in bella vista..

Qui il video che ne parla 

Fonte (mille e una donna.it)

 

Eletrunks: le mutande del futuro per uomo, con il cordino per…

Eletrunks: le mutande -del futuro per uomo.

Uomini questo post è per voi. Udite, udite hanno inventato l‘intimo del futuro. Un capo che potrebbe risolvere uno dei più grandi problemi dell’universo maschile: come rimettere a posto “i gioielli di famiglia” in maniera fine ed educata. Sì avete letto bene. Non dovrete più essere tacciati di cattiva educazione e di stare sempre a “ravanare” nei pantaloni. Perché queste mutande del futuro hanno incorporato un cordino che vi permette di sistemare l’intimo praticamente e velocemente.

Il creatore, il newyorkese Michael Walker, si è inventato gli Eletrunks durante un viaggio in Sudamerica. ”Avevo lasciato il mio lavoro per viaggiare tra Peru, Ecuador e Colombia. Ero in moto, e lì mi sono reso conto di quanto scomodi fossero tutti i diversi tipi di mutande maschili. Appena tornato, mi sono messo al lavoro, e sono passato da zero al prodotto finale in meno di due mesi”.

Il nome deriva dalla ”Elephant trunk”, ovvero la proboscide dell’elefante, che richiama la forma del progetto mutande con il cordino.

La mutande sono disponibile in cinque colori, tutti con nomi buffi e con ironia non proprio facili da capire.

 ”La gente quando sente la mia idea ride, poi capisce che è davvero funzionale. Stanno andando a ruba. E stiamo lavorando anche a modelli per chi preferisce i boxer e chi usa invece gli slip. In futuro vogliamo creare pantaloncini fatti apposta per chi affronta lunghi viaggi in bici o in moto, e per gli sportivi. Tutti devono poter ”elevare” il loro stile di vita”.

Walker racconta anche di essere sommerso di richieste da donne che vogliono un reggiseno con lo stesso principio. ”Ci stiamo lavorando!”

L’idea di per se non è tanto malvagia anche se fa sorridere pensare all’idea di poter stare sempre a giocare con i cordini 😉

Fonte (www.dagospia.com)

Il bruco che disgrega la plastica: il futuro dell’inquinamento

Il bruco che disgrega la plastica: il futuro dell’inquinamento.

La plastica è un materiale economico, col quale si producono utensili e attrezzi più disparati.

Questo comporta e ha comportato nel tempo una larga diffusione. Negli ultimi decenni, però, è sorto un allarme. La plastica per la sua larga scala di utilizzo e per la durabilità nel tempo sta causando diversi disagi all’ambiente. L’inquinamento da plastica, ovvero la dispersione di prodotti plastici nell’ambiente, causa tantissimi problemi alla flora e alla fauna. L‘inquinamento dato dalla plastica imperversa e riguarda mari, laghi, fiumi e prateria: praticamente ogni luogo. Da qualche anno si stanno attuando politiche che vietano l’utilizzo di sacchetti di plastica che non siano biodegradabili. Il problema è ancora molto diffuso, nonostante la differenziazione dei rifiuti.

Una ricercatrice italiana potrebbe aver trovato il capo di una possibile soluzione. Ha scoperto il bruco che disgrega la plastica. Una scoperta causale che potrebbe portare grandi speranze e diminuire notevolmente l’inquinamento.

Il bruco in questione la larva della galleria mellonella è conosciuta ai più come “la tarma della cera” infatti si nutre di cera degli alveari.

La biologa italiana, Federica Bertocchini,  che si occupa anche di apicoltura, mentre maneggiava degli alveari, si è accorta che erano pieni di questi bruchi. Nel ripulirli ha messo le larve all’interno di un sacchetto di plastica, ma nel giro di poche ora questi erano pieni di buchi e le larve libere. Da qui è iniziato quindi il suo studio, affiancata da Paolo Bombelli e Chris Lowe, biochimici dell’Università di Cambridge. Quello che la ricercatrice ha evidenziato durante il suo studio è che la demolizione non avviene solo attraverso la masticazione, ma anche attraverso un processo chimico. Lo scopo è quello di evidenziare l’enzima o il batterio capace di digerire la plastica presente nel sistema digerente del bruco e riprodurlo su larga scala con metodi biotecnologici.

Un futuro per l’inquinamento e per discariche ecologiche.

Fonte(www.greenme.it)

 

 

Curiosità e origine del collutorio. Lo sapevate che una marca aveva, alla nascita, altri scopi?

Curiosità e origine del collutorio e…

Il collutorio è un prodotto utilizzato per l’igiene orale.

È un antisettico e anti-placca che si sostiene aiuti a prevenire carie, gengiviti e alito cattivo. I collutori utilizzano il fluoro per la protezione contro la carie. È tuttavia generalmente accettato che l’uso di questo prodotto non elimini la necessità dell’utilizzo dello spazzolino e del filo interdentale.

Il primo riferimento noto all’uso di un collutorio è nell’ayurveda e nella medicina cinese, per il trattamento della gengivite. Più tardi nel periodo greco e romano un liquido per il risciacquo della bocca dopo la spazzolatura divenne comune tra le classi alte.  Ippocrate consigliava una miscela di sale, allume e aceto.

Il Talmud ebraico, risalente a circa 1.800 anni fa, suggerisce una cura per disturbi della bocca contenente “impasto di acqua” e olio d’oliva.

Anton van Leeuwenhoek, un famoso microscopista del XVII secolo, scoprì  presenti in depositi sui denti (la placca dentale). Sperimentò su dei campioni che con l’aggiunta di aceto o di brandy avveniva l’immobilizzazione o l’eliminazione degli organismi sospesi in acqua. Dopo la sperimentazione concluse che il collutorio non riusciva ad eliminarli.

Tale rimase la situazione fino alla fine del 1960, quando Harald Loe, dimostrò che un composto a base di clorexidina poteva impedire l’accumulo della placca dentale.

Da allora l’interesse commerciale dei collutori risultò intenso. Diverse case di prodotti sostengono l’efficacia del collutorio nel ridurre l’accumulo della placca batterica e nel ridurre la probabilità di gengivite, oltre che nel combattere l’alitosi.

Pochi conoscono l’origine e lo scopo principale che ha avuto uno dei collutori più famosi degli ultimi tempi: Listerine.

Il collutorio Listerine è stato inventato 133 anni fa. Il suo primo utilizzo fu quello di antisettico chirurgico a cui seguirono quella di cura per la gonorrea e/o  per i piedi sudati. Nei primi anni del ‘900 è stato invece commercializzato come additivo rinfrescante per sigarette. Come cura per il comune raffreddore e, per far mancare nulla  come trattamento anti-forfora. È stato solo nel 1920 che la formulazione ha finalmente trovato la sua strada più redditizia come una cura per l’alito cattivo.
Fonte ( wikipedia)

 

Smalto al prosecco (Prosecco Polish) per leccarsi le dita: un’estrazione per vincerlo.

Smalto al prosecco per leccarsi le dita: un’estrazione per vincerlo.

Il prosecco è un vino bianco a Denominazione di Origine Controllata prodotto in Veneto e in Friuli-Venezia Giulia. Divenuto noto negli anni novanta come Prosecco IGT (indicazione geografica tipica), ha conseguito nel 2009 la DOC, incrementando la qualità.

Alcune denominazioni di questo vino hanno assunto il marchio DOCG (Montello e Colli Asolani prosecco, Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene).

Il prosecco è il vino italiano più esportato all’estero. Nel 2014 ha superato per la prima volta lo Champagne per numero di bottiglie vendute nel mondo. Tratto da wikipedia.

Il prosecco è uno dei vini più famosi al mondo e conosciuto da tempi antichissimi.

Plinio lo celebrò nella sua Naturalis historia.

Il vino per quanto piacevole ha effetti collaterali, specie se se ne abusa, per questo motivo sarebbe stato creato un particolare smalto.

Uno smalto al prosecco che darebbe (a detta dei suoi creatori) a chi lo assapora, lo stesso gradevole odore e sapore.

Sì, perché la particolarità di questo smalto sarebbe data dal fatto che si può leccare.  Assaporando il gusto di questo vino d’eccellenza senza effetti collaterali.

Non ci sarebbe bisogno di dirlo o scriverlo che non va ingerito o bevuto.  Poiché la boccetta contiene nella lista  alcol, gomma lacca, e glicole propilenico.

Ad ogni modo se volete provare a vincere questo smalto al prosecco, dovete visitare  Groupon  che lo ha messo a punto in vista della festa della mamma.

È possibile iscriversi a un’estrazione a premi per vincerne una boccetta in tempo per il grande giorno (14 maggio).

Non si sa bene, se diventerà nel prossimo futuro, un vero e proprio prodotto in vendita.

Probabilmente gli verrà cambiato il nome per tutelare l’origine controllata.

Comunque se volete portarvi a casa, questo scintillante smalto, non resta che provare a vincerlo.

Fonte(www. deejay.it)

Foto( www. groupon .co)

 

 

Le piante vanno in letargo… ricercatori lo confermerebbero

Le piante vanno in letargo: una ricerca italiana lo dimostra.

Il letargo è un comportamento caratteristico di alcuni mammiferi e rettili.  Durante la stagione fredda, quest’ultimi  riducono le proprie funzioni vitali.  Rimanendo in stato di quiescenza. Durante questo periodo si nutrono di riserve di grasso immagazzinate durante i mesi autunnali. Fra gli animali che vanno in letargo ricordiamo l’orso, il procione, lo scoiattolo, il pipistrello, le tartarughe di terra del genere testudo ed altri rettili.

Durante la fase letargica, la temperatura corporea dell’animale si abbassa, di poco in alcune specie fino a raggiungere anche i -2 gradi centigradi in altre specie come gli scoiattoli.

Tratto da wikipedia 

Una ricerca dell’Università di Pisa – pubblicata anche sulla rivista scientifica PlosOne – mostra che anche le piante vanno in letargo.

“Fino a oggi non era mai stata descritta una pianta erbacea perfettamente idratata che potesse resistere a lungo al freddo e al buio senza poter, quindi, produrre energia tramite la fotosintesi”, ha spiegato Lorenzo Guglielminetti.

Ricercatore dell’Ateneo pisano che ha condotto lo studio assieme ai ricercatori del dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali Antonio Pompeiano, Claudia Roberta Damiani, Sara Stefanini e Thais Huarancca Reye e ai colleghi Marco Volterrani e Paolo Vernieri.

 

 Festuca arundinacea può  germinare anche al buio e con temperature di 4 gradi Celsius.  In tali condizioni e a ritmo ridotto, la pianta è in grado di continuare a crescere per oltre 200 giorni.

Dopo questo lungo periodo, questa particolare pianta rallenta il metabolismo fino a smettere di crescere in attesa di condizioni ambientali favorevoli. Un vero e proprio letargo. Al termine del quale, trovando un clima adatto, torna a germogliare.

“Ulteriori studi potranno portare a comprendere ancora di più i segreti celati da questa specie – ha concluso il ricercatore –. Si tratta di una scoperta utile per il miglioramento genetico delle colture agraria”.

Fonte ( rivista e natura.com)

La spiaggia di vetro: la rivincita della natura

La spiaggia di vetro. Quando la natura vince l’inquinamento e diventa meraviglia.

Il vetro è un materiale ottenuto tramite la solidificazione di un liquido non accompagnata dalla cristallizzazione.

La maggior parte degli utilizzi del vetro derivano dalla sua trasparenza, dalla sua inalterabilità chimica e dalla sua versatilità: infatti, grazie all’aggiunta di determinati elementi, è possibile creare vetri con differenti colorazioni e proprietà chimico-fisiche.

Secondo Plinio il Vecchio (nel suo trattato Naturalis Historia), il primo utilizzo del vetro risale al III millennio a.C. in Mesopotamia Nel VII/VI secolo a.C. il vetro arrivò in Feniciaper produrre stoviglie, altri utensili e monili (detti perle di vetro). Intorno al 1000-500 a.C. risalgono piccoli vasi in vetro ritrovati in India e Cina.

Le prime finestre in vetro furono progettate nell’antica Roma per adornare le dimore nobiliari.

Nella metà del I secolo a.C. fu sviluppata la tecnica del soffiaggio, che ha permesso che oggetti prima rari e costosi divenissero molto più comuni. Durante l’Impero Romano il vetro fu plasmato in molte forme, principalmente vasi e bottiglie. I primi vetri erano di colore verde a causa della presenza di impurità di ferro nella sabbia utilizzata. (Wikipedia)

Nella città di Vladivotok, nella regione siberiana di Primorsky, in Russia, esiste una spiaggia unica al mondo.

Una spiaggia di vetro.

Durante il periodo sovietico la riva di questa spiaggia è stata usata come discarica. Le sue sponde hanno accolto bottiglie di vetro e rifiuti di una fabbrica di porcellane.

Col tempo il mare ha smussato ogni pezzo di vetro trasformandoli in sassi colorati.

La spiaggia, così è diventata da immondezzaio a cielo aperto a meraviglia della natura.

Dapprima vietata al pubblico per la sua pericolosità è divenuta area protetta.

D’estate i sassi colorati brillano alla luce del sole. D’inverno colorano la neve.

Una vera rivincita della natura.

Fonte (incredibilia. it)

 

Inventata la lampadina che fa luce e uccide i batteri. Si chiama Biovitae

Inventata la lampadina a led che fa luce e uccide i batteri.

Un’ innovazione tutta italiana quella che vede la nascita della prima lampada led al mondo che produce luce e uccide germi e batteri.

Si chiama Biovitae: il nome è un programma. Nata dall’intuizione dell’ingegnere software Carmelo R. Cartiere e il dottor Rosario Valles,  medico gastroenterologo. E’stata creata in un laboratorio di Battipaglia.

Abbiamo sentito l’esigenza di porre fine ad una emergenza  di livello internazionale che è quella dell’antibiotico. Resistenza che soltanto in Europa  provoca circa  25 mila  morti l’anno  con una spesa di circa un miliardo e mezzo l’anno per i sistemi sanitari nazionali -ha spiegato il dottor Valles –  Noi abbiamo progettato una lampadina led a basso consumo, che è installabile in tutti i tipi di attacchi normalmente disponibili, sostituendo le lampadine esistenti in casa o in altri ambienti quali scuole, ospedali, palestre. Grazie ad uno speciale trattamento fotocatalitico, Biovitae è in grado di operare anche una azione virucida e purificante rispetto agli allergeni presenti nell’aria in ambito domestico o professionale. E’ possibile ridurre il rischio di contrarre infezioni batteriche gravi dovute all’esposizione verso i microrganismi patogeni. Questi organismi  sono naturalmente presenti negli ambienti in cui viviamo e che oggi sono difficilmente trattabili a causa dell’acquisita capacità dei batteri di contrastare l’effetto degli antibiotici. Conosciuta come antibiotico resistenza che  è la capacità che ha un batterio di trasmettere alla propria progenie, ed agli altri batteri di specie diversa con i quali entra in contatto, le caratteristiche che lo rendono resistente agli antibiotici”.

 Biovitae sarà messa in commercio verso la fine di settembre  attraverso un sito internet e distributori qualificati ad un prezzo iniziale di lancio di 29,90   per poi essere venduta a 39,90 euro.

L’ingegnere  Carmelo Cartiere, laureato all’Università di Oxford,   ha spiegato la funzione fotocatalitica della lampadina:

” La luce bianca emessa, derivata dalla combinazione di varie frequenze dello spettro visibile. Esse sono in grado di esercitare un’azione sulle porfirine batteriche endogene, che porta il microrganismo ad autodistruggersi.  Annulla istantaneamente le particelle con cui viene a contatto. ”

Una lampadina può purificare 80.000 litri di aria. Le frequenze e i materiali impiegati da Biovitae sono tutte totalmente biocompatibili. E’ assolutamente innocua per gli esseri umani e gli animali.

Una invenzione che cambierà la nostra vita.

Fonte(ulisseonline.it)